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                        Il nostro sogno: Amore senza frontiere

I Progetti nel mondo
 

L’Oasi è una vera e propria “famiglia di famiglie”, un piccolo mondo dove si incontrano lingue, razze, religioni, culture diverse e dove tutti convivono dandosi reciprocamente aiuto e amicizia.

L’ associazione Oasi sin dalle sue origini, con il suo carattere cosmopolita, ha rivolto lo sguardo a continenti e uomini attivando progetti in Brasile, India, Italia, Maldive, Romania, Sierra Leone e Turchia.

India:

• Sostiene le case delle Missionarie della Carità a Calcutta dove Maria, che ha avuto un lungo e significativo intenso rapporto personale con Madre Teresa, ha prestato il suo servizio.


 

• Sostiene l’associazione CCDT che si occupa del problema della prostituzione nel quartiere a luci rosse di Bombay. Anche questo progetto è nato dal rapporto di amicizia tra la fondatrice Sara D’Mello e Maria Chiera.

Brasile:

• Collabora con alcune amiche Suore in Mato Grosso per combattere la mortalità infantile delle popolazioni indigene.

Maldive:

• L’Oasi si è adoperata per dare la possibilità ad una decina di bambini talassemici di fare il trapianto di midollo osseo facendo da tramite tra l’Istituto Mediterraneo di Ematologia e le autorità maldiviane, accogliendo i pazienti e le loro famiglie.

• Dal novembre 2011 l’Oasi collabora al progetto umanitario Atlantico-Sierra Leone, in partenariato con l’Azienda Ospedaliera “Ospedali Riuniti Marche Nord” - Regione Marche - Hospedale Humanitas di Milano -Ospedale Pediatrico Buzzi di Milano e l’OBM Ospedale bambini Milano.

Sabato 4 giugno 2011 ore 18, sala Symposium circoscrizione Muraglia, via Petrarca 18, Pesaro - Proiezione del cortometraggio "Awlaad nelle città"realizzato nel Laboratorio audiovisivo della Scuola in Ospedale;nel film recitano anche alcuni bambini dell’Oasi.



L’Oasi accoglie bambini e ragazzi con malattie molto gravi e ragazzi che per errore hanno ingerito caustici provocandosi gravissime lesioni tali da richiedere spesso la ricostruzione dell’esofago.

I Progetti in Italia

• Oltre alla specifica e originaria missione l’ Oasi è coinvolta in alcuni dei macro progetti rivolti a promuovere la dignità umana e a costruire percorsi di convivenza civile e democratica.

• Le aree di intervento riguardano:

1) legalità e giustizia

Collaborando con il “ gruppo Abele “ e con “ Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie “ , sostenendo l’impegno di Don Luigi Ciotti.


 

Sostenendo il Piccolo Eremo delle Querce nel cuore della Locride cercando di rispondere ai diversi bisogni essenziali quali il lavoro e la formazione morale e civile delle nuove generazioni.

2) L’ Oasi ha una prevalente ed originaria vocazione pedagogica in quanto nasce da uno sguardo rivolto ai bambini.

 
La casa è un luogo naturalmente educativo per le esperienze ordinarie che attiva:
 

a- la relazione tra generazioni ( gli accolti hanno una età dai zero ai cento anni).

b- la diversità culturale (convivenza di famiglie di diversi continenti e nazioni ). 

c- la cultura del fare e della cura e della cura reciproca ( il funzionamento della casa è rimesso all’ operatività dei suoi abitanti ). 

d- la pratica della solidarietà e della condivisione ( i beni materiali sono di utilizzo comune ).

- collaborazione e sostegno al programma pedagogico di Libera. 

- accoglienza, nella casa, di gruppi di giovani per campi scuola, stage, esperienza scout …

- partnership con scuole della Romania. 

- sostegno al laboratorio di iconografia nella Locride.

Questi impegni sono sostenuti dalla convinzione che la cura della persona esige un duplice sguardo: uno rivolto al benessere fisico e l’ altro alla crescita della persona negli aspetti psico-pedagogici e sociali.

… questa opera lascia costantemente aperta la porta ad un futuro di Speranza e Carità…

3) Violenza contro le donne:

Questo progetto nasce dal contatto con i diversi paesi e la vicinanza soprattutto con le donne, esperienze queste che hanno consentito di esplorare una realtà femminile spesso ancora ignota.

Il video "Donne, diritti violati, diritti da conquistare" realizzato dall'Oasi dell'Accoglienza intende dare voce ad aspetti e questioni sulla violenza contro le donne e sulla violazione dei diritti che, pur essendo oggetto di dibattito internazionale, sono ancora irrisolti e in parte sconosciuti.Una realtà di violenza a volte eclatante, a volte sottaciuta. Ma anche una realtà di forte impegno sociale. La convinzione che l’umanizzazione della condizione femminile costituisce un fattore decisivo per lo sviluppo culturale, politico e sociale di un Popolo ha spinto l’Oasi dell’Accoglienza a fare un primo passo organizzando una conferenza internazionale “Donne: diritti violati, diritti da conquistare” (Fano - Marzo 2010) dalla quale è stato redatto il documento inviato all’ONU a sostegno della relativa legislazione.
L’impegno gravoso anche su questo versante continua con l’accoglienza ed il sostegno a donne che si trovano in una situazione di disagio personale e sociale.

Femicidio mai più

Retaggi di sottocultura impediscono ancora di chiamare la violenza sulle donne con il suo vero nome.

Le radici della violenza

Insultare, umiliare, ridicolizzare, molestare, seguire, controllare il denaro, sottrarre documenti,, distruggere oggetti cari, minacciare, ricattare, coinvolgere in attività sessuali indesiderate, strattonare, percuotere, stuprare, uccidere.

Sono solo alcune delle forme che assume la violenza perpetrata nei confronti delle donne. In Italia, secondo l’Istat, una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata, almeno una volta, vittima di violenza o maltrattamenti; ogni anno sono oltre 100 le donne uccise dalla violenza, la maggior parte per mano del coniuge, di un ex partner o di un parente; il 53% delle donne non denuncia l’accaduto. Questi numeri sono confermati, se possibile in peggio, dai dati raccolti nei Centri antiviolenza: nel 2011 sono state uccise 120 donne; in 7 casi su 10 l’uccisone è avvenuta in seguito a maltrattamenti o abusi fisici o psicologici; la violenza domestica è la forma più frequente di violenza (oltre il 78%); solo il 26,5% delle donne considera la violenza familiare un crimine. Questi dati, già così allarmanti, non sono purtroppo che sottostime, in quanto il dramma sociale della violenza subita dalle donne si consuma ancora troppo spesso nell’ombra e nel silenzio.

Un dramma sociale, un problema culturale

Nonostante sia al centro dei dibattiti internazionali, delle cronache cittadine e di innumerevoli campagne e convegni, la violenza contro le donne è una questione irrisolta, complessa, una realtà ancora oggi sottaciuta rispetto alle ingenti dimensioni e alla diffusione, addirittura sconosciuta nei risvolti meno eclatanti e a volte paradossalmente controversa.

Considerato da molta parte dell’opinione pubblica un fenomeno esercitato da parte di estranei, che colpisce Paesi non industrializzati, fasce economicamente deboli o soggetti dal basso profilo culturale, la violenza contro le donne, nelle sue molteplici manifestazioni fisiche, psicologiche, economiche, sessuali, coinvolge invece individui di ogni estrazione sociale e livello di istruzione, verificandosi soprattutto nell’ambito dei rapporti familiari.

Retaggi e resistenze culturali profondamente radicate in diverse società, compresa la nostra, hanno rallentato una presa di coscienza che potesse trasformarsi in concreto agire politico e giuridico. Troppo a lungo si è misconosciuto il problema, si è tentato di rimuoverlo, di confinarlo nella sfera del privato, attribuendo le manifestazioni dell’aggressività maschile a episodi di devianza psichica, considerando la donna come un oggetto passivo e quasi predestinato -nel migliore dei casi-, oppure –nel peggiore e più aberrante- colpevolizzando le vittime e facendo ricadere la responsabilità non su chi esercita la violenza ma su chi ne viene colpito.

D’altra parte, anche laddove esista una condanna sociale diffusa, questa non implica necessariamente interventi sanzionatori nei confronti degli autori, e persino nel diritto internazionale la questione della violenza di genere è stata a lungo indefinita.

Violenza di genere e diritti umani

A giudicare dalle date, non è da moltissimo tempo che la comunità internazionale attribuisce importanza centrale alla violenza sulle donne; la formulazione esaustiva stessa del fenomeno risale a tempi recenti. La Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, emanato a Vienna dalle Nazioni Unite nel 1993, che integra la celebre CEDAW (1)del 1979, enuncia la seguente definizione: “ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata.”

È stato poi necessario il susseguirsi di campagne di sensibilizzazione per tenere alta l’attenzione sui gravi e numerosi accadimenti che ledono l’integrità e la dignità delle donne nel mondo, e per promuovere l’attivazione in tutti gli Stati di programmi di monitoraggio della violazione dei diritti umani delle donne. Nel 2011, con la Convenzione di Istanbul(2), si è ottenuto il pieno riconoscimento della violenza sulle donne -ivi compresa la violenza domestica- come violazione dei diritti umani delle donne in quanto tali.

La rilettura dei diritti umani secondo un’ottica di genere è un punto centrale. Se la connotazione “sessuata” della violenza contro le donne intesa come abuso esercitato sulla donna in quanto diversa dall’uomo nel corpo e nella soggettività, è stata teorizzata e sostenuta già dai movimenti femministi degli anni ’70, il concetto ha avuto un riconoscimento ufficiale alquanto tardivo. La Convenzione di Istanbul riconosce definitivamente che la violenza sulle donne si annida nello squilibrio relazionale tra i sessi, ovvero nella prevaricazione e discriminazione da parte del genere maschile sul femminile a causa di una disparità storica e biologica di potere.

Italia: buone leggi, applicazione insufficiente

Se i diritti che scaturiscono dal principio della parità dei generi sono indicatori essenziali del progresso politico, economico e culturale di un popolo, il nostro Paese fornisce il quadro storico di una violenza troppo a lungo minimizzata, giustificata dalla religione come dalla morale, dai codici d’onore come da leggi discriminatorie in vigore fino a tempi recenti. Risale a meno di 40 anni fa l’abolizione dell’autorità maritale e delle azioni “correttive” nei confronti della moglie; solo nel 1982 sono stati soppressi il “delitto d’onore” e il “matrimonio riparatore” in seguito a stupro; stupro che, fino al 1996, non era considerato un reato contro la persona e la libertà individuale, bensì contro la morale; per quanto riguarda le misure di contrasto e prevenzione di tutte le forme di violenza, bisogna aspettare una direttiva del 1997, mentre risale solo al 2001 la legge 154 che prevede misure di protezione sociale per le donne vittime di violenza.Oggi le leggi esistono e sembrano adeguate, ma si riscontra tuttavia il perdurare di situazioni che documentano la difficile possibilità di difesa, promozione, affermazione dei diritti stessi, nonostante essi siano definiti dalla legislazione. Si rileva ancora, ovunque, una dissociazione tra le affermazioni generali dei “diritti dovuti” e le pratiche concrete di “diritti negati”. Questi ultimi, infatti, troppo spesso vengono relegati nella clandestinità e nell’impunità, e sono oggetto di interventi frammentati di solidarietà occasionale, non generativa di reale cambiamento socio-culturale.

Rashida Manjoo, relatrice speciale dell’ONU per il contrasto alla violenza sulle donne, ha ben colto questo tipo di lacune, sollecitando il governo italiano ad impegnarsi nell’eliminazione di atteggiamenti stereotipati circa i ruoli e le responsabilità delle donne e degli uomini nella famiglia, nella società e nell’ambiente di lavoro: “Femicidio e femminicidio” -ha affermato nel suo Rapporto sull’Italia- “sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita. In Italia, sono stati fatti sforzi da parte del governo, attraverso l’adozione di leggi e politiche, incluso il Piano di Azione Nazionale contro la violenza; questi risultati non hanno però portato a una diminuzione di femicidi o sono stati tradotti in un miglioramento della condizione di vita delle donne e delle bambine.”(3)

Femicidio mai più. Per una vita non violenta

Con la ratifica della Convenzione di Istanbul, l’Italia si impegnerà a promuovere misure per la protezione delle vittime e la criminalizzazione dei responsabili, ad adeguare procedure legali e azioni di contrasto, a istituire un Osservatorio nazionale sulla violenza di genere e a garantire risorse adeguate ai Centri antiviolenza e alle case-rifugio, distribuite finora in maniera del tutto insufficiente e disomogenea sul territorio nazionale.Non potrà però la sola legislazione sradicare dal pensiero stereotipi inveterati, le cui lenti deformanti impediscono di chiamare la violenza sulle donne con il suo vero nome. Non “delitto passionale”, non “raptus”: femminicidio e femicidio sono i termini da utilizzare, coniati durante le lotte del movimento femminista, ma ancora non entrate a pieno titolo nel linguaggio comune. È invece decisiva e significativa l’alternativa semantica al termine neutro “omicidio”, che trascura la realtà di diseguaglianza, l’espressione di una relazione di dominio, l’accezione della violenza contro le donne in quanto donne.È di questi giorni la discussione su una legge apposita sul femminicidio, di cui ci si auspica la ratifica in tempi brevi, ma forse ancor più delle leggi conterà la sempre maggiore diffusione dell’informazione, dell’educazione, dei Centri antiviolenza, di reti permanenti di realtà in cui operano persone che si impegnano affinché l’affermazione dei diritti delle donne diventi fattore culturale indiscusso, oltre che intenzionalità ed agire politico. Questo sarà possibile solo attraverso percorsi, condivisi da donne e uomini insieme, di resistenza nonviolenta, intesa come volontà di riedificare i rapporti di potere nella società e predisporre condizioni sociali e politiche che permettano di costruire una convivenza civile tra uguali.

[1] La Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW) è il trattato internazionale più completo sui diritti delle donne e, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, sancisce la struttura dei principali diritti umani nel mondo.

 [2] Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, stipulata a Istanbul l’11 maggio 2011e firmata dal Parlamento italiano il 27 settembre 2012.

 [3] Rapporto tematico annuale sugli omicidi basati sul genere e  Rapporto sulla violenza sulle donne, risultato di un’analisi condotta in Italia nel gennaio 2012, sono stati presentati da Rashida Manjoo, relatrice speciale delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne, nel corso della 20° sessione del Consiglio dei Diritti Umani, presso la sede delle Nazioni Unite di Ginevra, il 25 giugno 2012.
 

LA VIOLENZA SULLE DONNE: ASPETTI SOCIOLOGICI E PSICOLOGICI

Conferenza tenuta il 18 aprile 2013 a Pesaro

(Sala comunale. Relatrici: M. Chiara Ballerini e Paola Speziale. Moderatrice: Raffaella Marini, Presidente FIDAPA-BPW ITALY, Sezione di Pesaro.) 

Un incontro con tre donne per capire le radici di un fenomeno che, nonostante sia al centro di dibattiti internazionali e sia sempre più all’attenzione delle cronache, rimane una realtà ancora oggi sottaciuta rispetto alle sue dimensioni, soprattutto tra le mura domestiche.

Trattando di “Femicidio mai più”, Maria Chiara Ballerini, direttrice editoriale del periodico Barricate, ha proposto un approccio culturale, con l'analisi del femicidio e un excursus storico e legale sulla violenza contro le donne come violazione dei diritti umani, mentre Paola Speziale, psicologa e psicoterapeuta, è entrata nel merito del dramma emotivo delle donne che subiscono violenza, soprattutto nei casi più diffusi e sfuggenti, quelli che si generano tra le mura domestiche, il luogo che, invece di proteggere, diviene fonte dei peggiori incubi.L'incontro si è prefisso lo scopo di contribuire a ribaltare alcuni stereotipi che avvolgono il fenomeno e a predisporre condizioni sociali e politiche che permettano di costruire una convivenza civile tra uguali. È stato anche un modo per avvicinare la sofferenza delle donne violate e capire meglio quello che ciascuno può fare non solo per le vittime delle violenze, ma per l’intera comunità, perché quello della violenza sulle donne è un problema di salute pubblica.


 

 

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